L’immigrazione straniera in Italia nel periodo repubblicano
Dagli anni Settanta agli anni Ottanta: stranieri a
lavoro
1. Lavoro, città e condizioni di vitaPer quanto sia riduttivo distinguere nettamente tra migranti economici e persone in fuga per ragioni politiche, appare chiara la rilevanza del tema del lavoro nell’accendere l’interesse della stampa italiana per le persone straniere. Sul finire del decennio Settanta si attivò, per ragioni convergenti, un processo sempre più intenso di visibilizzazione mediatica del migrante in cui differenti discorsi, sul mercato lavorativo, sugli spazi cittadini, sulla criminalità, sulla politica, si intersecavano, per dare forma alla nuova figura sociale dell’“immigrato”, una caratterizzazione che in Italia si rivelò spesso più complessa e disturbante rispetto a quella del rifugiato.
Si veda, per esempio, come si apriva sul «Corriere della Sera» un articolo dell’aprile 1979: “Ci ricordano le immagini delle città americane viste al cinema: facce di colore, capelli crespi, gente di ogni razza, dialetti incomprensibili in mezzo alla moltitudine dei visi pallidi. Ormai anche a Milano sono in cinquantamila: sudamericani, arabi, eritrei, somali, filippini, greci, turchi. L’Italia della disoccupazione e della crisi apre a loro le porte dei lavori più umili e ormai rifiutati”[1]. Per poter percepire l’Italia come meta di mobilità internazionale era necessario ricorrere all’immaginario filmico e al paragone con altri paesi: Hollywood e il cinema, persino quello western (i “visi pallidi” siamo ora “noi” italiani) divenivano filtro per organizzare una percezione tutta sensoriale della città e dei suoi abitanti. Da qui l’articolo proseguiva in una disamina dettagliata della condizione (legale, abitativa e lavorativa) degli stranieri attraverso le opinioni sindacali. “Clandestini e regolari, profughi politici
ed emigrati in cerca di fortuna pagano quasi tutti gli stessi prezzi: una
condizione di emarginati, salario e lavoro precari, nessuna tutela sindacale,
pochi diritti civili”. Va osservato però anche il ricco titolo, anch’esso determinante nel costruire la notizia e i suoi protagonisti: Un esercito-ombra con 50 mila stranieri nell’arcipelago sommerso del lavoro nero. Ritornavano qui i rimandi all’ambito militare (esercito) e all’isolamento (arcipelago), ma a questi si aggiungevano elementi evocativi di oscurità e inconoscibilità. La presenza straniera era trattata come fenomeno sotterraneo, su cui il giornalismo gettava la propria luce, scoprendone e fissandone la marginalità in via di definizione. A lungo la metafora dell’esercito sarebbe stata funzionale ad adombrare tanto il timore dell’invasione quanto a richiamare una marxiana riserva di disoccupati. Nel 1984 ad esempio, su «Repubblica», si testimoniava di “un “esercito” valutato ufficiosamente tra gli 800 mila e il milione; più della metà sono clandestini, spesso sfruttati e sottopagati” che fanno “i minatori, i muratori, i facchini, i braccianti
a giornata, gli scaricatori, i domestici”[2].
Dai primi anni Settanta, d’altronde, l’immigrazione anche africana aveva iniziato ad assumere consistenza in diversi luoghi e settori: in Sicilia si trovavano lavoratori provenienti dal Nordafrica ma lo stesso, ha notato Colucci, avveniva nei centri del Nord, e ciò non mancava di essere registrato dal giornalismo. I venditori ambulanti della “comunità dei nordafricani (marocchini, algerini e tunisini soprattutto) che […] hanno invaso da qualche tempo Torino” registrati da «La Stampa» nel 1971, in una città svuotata dal Ferragosto, abitavano già i margini, erano già “invasori” di uno spazio urbano turbato[3]. Ma gli “invasori” erano ancora in numero relativo: divenivano visibili nel tempo non ordinario delle festività, erano al lavoro mentre i cittadini regolari invece villeggiavano, e non a caso erano menzionati subito dopo un’altra comunità ai margini, ovvero i “capelloni” che “oziano al sole” in piazza Castello.
Dove, suggeriva il «Corriere della Sera» nel 1973, l’invasione aveva proporzioni massicce era altrove: “L’ondata migratoria in Europa ha ormai le dimensioni di una nèmesi storica. Oltre mille anni dopo le invasioni dei Teutoni nel Mediterraneo, la storia si ripete in senso inverso”. Abbondavano anche qui i termini militareschi in relazione alla ricerca di lavoro: “È una truppa di nove milioni di persone […] alla conquista di una lavoro qualsiasi”, “In Germania […] l’invasione dei lavoratori stranieri […] ha raggiunto punte di concentrazione tali che in numerose fabbriche gli operai tedeschi si avviano a diventare minoranza”, alla Ford di Colonia c’è “Una legione eterogenea di greci, portoghesi, italiani, spagnoli, jugoslavi, nordafricani, turchi”[4]. L’articolo, che trattava ancora della figura dell’emigrante italiano, non immaginava il paese come terra d’immigrazione, ma guardando all’estero rafforzava gli usi linguistici che caratterizzeranno la mobilità lavorativa in ingresso. L’intervento, inoltre, introduceva la vulgata, contraddetta dalla storiografia ma largamente operante fino a pochi anni fa, che spiegava i nuovi arrivi verso l’Italia con le chiusure e le restrizioni dei paesi esteri, dovute alla crisi petrolifera del 1973 e alla generale fine del ciclo espansivo dei “Trenta gloriosi”.
Con l’andare degli anni Settanta infatti, sempre seguendo le ricostruzioni di Colucci e di Luca Einaudi, le presenze estere in Italia si rafforzarono e si distribuirono, dal Lazio al Piemonte, fino all’Emilia e al Veneto, passando per la Lombardia, spingendo politici, operatori e giornalisti a varare la tesi della “funzione sostitutiva del lavoro migrante”, che interpretava il ricorso alla manodopera straniera sfruttata come effetto del rifiuto degli italiani dei lavori meno riconosciuti.[5] Concordavano con una lettura di questo tipo sia la prima indagine ufficiale Censis, sia un celebre articolo di Romano Prodi sull’edizione romana del «Corriere della Sera», che segnalavano inoltre la rilevanza crescente del lavoro domestico, spesso femminile, diffuso tra donne capoverdiane ma anche – era il caso soprattutto del milanese – tra donne eritree[6]. Una provenienza che ci conferma, una volta di più, l’importanza delle dinamiche politiche e di sicurezza non solo economica nel suscitare spostamenti verso l’Italia: nella scelta della meta contavano sia il trascorso coloniale dell’Italia nel paese, sia la lunga guerra con l’Etiopia, seguita all’annessione del 1962.
Il contesto in cui si situava questa crescita del fenomeno migratorio fu caratterizzato, fino alla prima legge sul tema nel 1986, da un complesso intreccio tra relativa apertura delle frontiere e ambiguità legale: un sistema, è stato scritto: “intriso di discrezionalità e contraddizioni”[7]. Una tale situazione facilitò il rafforzamento di un discorso mediatico di cui abbiamo già visto l’accumularsi degli ingredienti di base: l’arrivo di persone straniere veniva raccontato attraverso il filtro del racket, dell’attività malavitosa, e quindi delle condizioni disagiate e dei rischi criminali, in una combinazione tra indagine sociale e narrazione a tinte forti che spesso incoraggiava la risposta emotiva dei lettori.
Vale la pena di fornirne alcuni esempi. L’ultima puntata di una inchiesta di Claudio Moffa, sulle pagine romane del «Corriere», parlava di lavoro, difficoltà coi documenti, “racket” e “clandestinità”, ma anche di temi nuovi, come la salute sessuale[8]. Era il linguaggio della riforma sociale del XIX secolo che, razzializzandosi, tornava a popolare il giornalismo e, di nuovo, metteva al centro la città. Già nel 1978 Natalia Aspesi su «la Repubblica» descriveva la visita ai ghetti dell’immigrazione interna con uno stile che ricordava i resoconti sui “bassifondi orientaleggianti” studiati da Dominique Kalifa. La zona era quasi la casbah di Milano, come recitava il titolo, dove si apriva “un altro squarcio” della città “analfabeta, incontrollata, nascosta e pericolosa”[9]. Era la metropoli che pareva diventata brulicante di estraneità: “Roma «metropoli» e «capitale», infatti, non sa contare” i propri stranieri, iniziava l’inchiesta di Moffa, e sempre sul «Corriere» l’anno prima si titolava: “Sono ormai trentamila gli arabi abitanti a Roma”[10]. Dopo aver parlato di “Nabil, ingegnere che lavora in cucina”, l’articolo dava spazio alle preoccupazioni: “secondo alcuni, Roma sarebbe diventata da tempo la prima città del Medio Oriente”, c’era perciò chi diceva che circolassero terroristi e la capitale pareva avviata a diventare “il tallone di Achille dell’Occidente”: a fondo pagina, quasi a confermare, campeggiava la cronaca di una violenza sessuale da parte di “quattro nordafricani”[11].
L’evocazione di città nelle città, di nuovi ghetti anche religiosi, nasceva e si rafforzava a questa altezza cronologica e continuerà a risultare decisiva in contesto giornalistico anche nei decenni successivi, come dimostrato da Paolo Orrù, riguardando progressivamente anche la provincia[12]. Sulle pagine generalmente seriose di «Repubblica» Catania “scopre” gli immigrati senegalesi quando già era abituata “agli immigrati fuorilegge” che “invadono le strade del centro” e “diventano subito venditori ambulanti”, suscitando l’ira dei commercianti locali che, si citava, denunciavano “il tentativo di trasformare Catania in una casbah”.[13]
Ma già nel 1978 il «Corriere» aveva annotato che a Mazara “l’antica casbah si è ripopolata di arabi”, e sei anni dopo il tema era svolto in maniera simile[14]. “La casbah o, più rispettosamente, la medina, nel centro storico di Mazara, è di nuovo abitata da nordafricani. Undici secoli dopo l’invasione arabo-berbera della Sicilia, è il «ritorno infelice» all’isola perduta, ha scritto Antonino Cusumano in un saggio edito da Sellerio”[15]. Anche in questi ultimi esempi i marcatori linguistici e simbolici della diversità degli immigrati erano accompagnati dall’accento sulle condizioni di vita e dalle riflessioni di sindaci, sindacati, religiosi, studiosi (Cusumano) e diretti interessati.
2. La legge Foschi e il racconto dell’ordine pubblico
Accanto alla questione religiosa, già visibile a metà anni Ottanta (“Nel nome di Maometto, Budda e Krishna” titolava il «Corriere» parlando di Milano), iniziava a divenire caldo il tema dell’ordine pubblico[16]. Nel racconto cronachistico criminalità e immigrazione tendevano sempre più ad intrecciarsi, anche se non sempre a prevalere era il punto di vista che colpevolizza la persona straniera. Nel gennaio 1986 nella sezione romana de «Il Messaggero» la notizia dell’assassinio di un egiziano era ricostruita nei macabri dettagli fin dal titolo: Imballato. Un pacco da gettare[17]. L’articolo è corredato di una foto del cadavere della vittima, mentre appena sotto si apre lo spazio per le parole delle persone migranti che dall’occhiello accusavano: “Se passa l’equazione lavoratore di colore uguale terrorista sarà anche una sconfitta della vostra democrazia”[18]. “Bisogna colpire chi li sfrutta”, scriveva però lo stesso quotidiano qualche anno prima, in un articolo in cui la prospettiva delle forze di pubblica sicurezza era controbilanciata dalle precisazioni del giornalista. Si trattava, scriveva l’autore, “di un fenomeno che non dev’essere affrontato solo con strumenti polizieschi” e di cui quindi il quotidiano dava conto “senza (ovviamente) alcuna prevenzione razzista”[19].
L’esplicitazione del posizionamento rivela tanto le varie sensibilità giornalistiche, quanto il sentimento di un paese che si stava scoprendo razzista. La vera esplosione del fenomeno, avrebbe sostenuto l’«Avanti!», si sarebbe registrata circa due anni dopo, quando, dopo gli attacchi terroristici a Fiumicino nel dicembre 1985, “si levarono voci per la chiusura delle frontiere, per la cacciata dello straniero, ovviamente l’arabo, l’asiatico, il nero, il sottosviluppato. Tutti potenziali terroristi”[20]. Iniziava così la lunga discussione sul razzismo, che avrebbe raggiunto l’apice a cavallo del decennio Novanta, in relazione al sorgere definitivo nel 1989 di movimenti sociali antirazzisti e del moltiplicarsi di fenomeni discriminatori e di intolleranza[21].
All’interno di tale quadro era intanto intervenuta nel 1986 l’approvazione della Legge Foschi che «Il Messaggero», con un titolo maldestro ma che manifestava le sensibilità dell’epoca, definì Una legge
color immigrato. Sorpassata la soglia razzista del titolo, il contributo valutava in realtà positivamente lo sforzo del legislatore, sottolineando che “l’esercito di immigrati sfruttati, ha ora una legge e non la solita legge antiterrorismo”[22].
Il provvedimento, con il sostegno anche di opposizioni, associazioni e sindacati, regolava il ricongiungimento familiare, rinforzava il principio di uguaglianza di trattamento, istituiva strutture amministrative e indiceva una corposa sanatoria. La legge, tuttavia, in particolare nella sua parte dedicata al reclutamento all’estero dei lavoratori, non riuscì a dare soddisfacenti risposte organiche ai fenomeni, anche a causa di scarso finanziamento, finendo per stabilizzare la situazione creata dalle precedenti circolari ministeriali. Così tra le maggiori conseguenze del dispositivo ci furono un fenomeno linguistico, vale a dire l’ufficializzazione del termine “extracomunitario”, e uno burocratico, ovvero la sanatoria che si protrasse per 15 mesi e con attese e problemi diede nuova visibilità alle persone immigrate[23].
Dalla seconda metà degli anni Ottanta, infine, lo spauracchio della criminalità si intrecciò tanto agli stereotipi razzisti quanto alla discussione sul lavoro delle persone immigrate. Particolarmente funzionale alla creazione di questa immagine discriminante fu la diffusione della vendita ambulante da parte di persone di provenienza straniera, la cui circolazione simbolica venne rinforzata da tutti i mezzi di comunicazione. Nell’agosto 1985 «La Stampa» dipingeva il fenomeno con stereotipi scanzonati e infantilizzanti: il primo straniero a comparire in scena era un “africano”, “nerissimo e assai garbato”, d’altronde “i neri africani […] non stanno lì a contrattare troppo; appena un più petulanti sono i tunisini, gli algerini, i marocchini”, e quindi si poteva ancora tenere un tono di rilassante cronaca estiva. Sulle spiagge dove si vendono “oggettini”, c’erano sia i controlli che la solidarietà di alcuni bagnanti, e l’autore occhieggiava perfino ai ritornelli estivi supponendo maliziosamente che per la sua canzone razzista Colpa d’Alfredo “Vasco Rossi si sia ispirato a una vicenda romagnola” di “affetto” tra italiani e immigrati[24].
Il fenomeno di quelli che presto furono soprannominati “vu cumprà” transiterà negli anni successivi attraverso molti generi giornalistici: dall’informazione sensibile, anche se linguisticamente problematica, all’associazione col crimine. Appartengono al primo genere contributi come Brescia invasa di vu cumprà. Una «casa» per gli immigrati («Corriere della Sera» 8 luglio 1988), L’esercito dei «vu cumprà» all’assalto dei mestieri perduti («Corriere della Sera» 2 giugno 1988), Solo i nostri emigranti possono spiegare come si sentono i «vu’ cumprà» in Italia («Corriere della Sera» 26 novembre 1988), mentre nel secondo rientrano Nella rete i «vu’ cumprà» della droga («Corriere della Sera» 16 ottobre 1988), Gang «vu’ cumprà» («Corriere della Sera» 8 maggio 1989) e soprattutto il grave Ticinese, allarme per i «vu’ drugà» del 27 febbraio 1989. Una manipolazione colpevolizzante di un neologismo già razzista che suscitò, anche sulla stampa concorrente riflessioni e perplessità.
[1] Massimo Nava, Un esercito-ombra con 50 mila stranieri nell’arcipelago sommerso del lavoro nero, in «Corriere della Sera», 4 aprile 1979.
[2] S.N., Mezzo
milione di stranieri clandestini nel nostro paese, in «la Repubblica», 10 giugno 1984.
[3] S.N., Quando la città è vuota, in «La Stampa», 14 agosto 1972.
[4] S.N., Ripercorrono senza tregue l’Europa le correnti delle nuove migrazioni, in «Corriere della Sera», 27 agosto 1973.
[5] Colucci, Storia dell’immigrazione, cit., p. 62.
[6] Censis 1979 e
Romano Prodi, L’Italia è diversa e mancano i negri, in «Corriere della Sera», 19 agosto 1977.
[7] Colucci, Storia dell’immigrazione, cit., p. 68.
[8] Claudio Moffa, Immigrati, ecco l’altra metà del cielo, in «Corriere della Sera», 26 aprile 1985.
[9] Natalia Aspesi, Nella
casbah di Milano, in «la Repubblica», 4 dicembre 1978.
[10] Claudio Moffa, Da
Capoverde a Trastevere per lavorare, in «Corriere della Sera», 16 marzo 1985.
[11] Lorenzo Fuccaro, Sono
ormai trentamila gli arabi abitati a Roma, in «Corriere della Sera», 26 gennaio 1984.
[12] Paolo Orrù, Il discorso sulle migrazioni nell’Italia contemporanea. Un’analisi linguistico discorsiva sulla stampa, Milano, FrancoAngeli, 2017, pp. 169-192.
[13] Giovanni Iozia, Così Catania ha scoperto la “colonia” del Senegal, in «la Repubblica», 2 giugno 1984.
[14] Felice Cavallaro,
Mazara: l’antica casbah si è ripopolata di arabi, in «Corriere della Sera», 10 luglio 1979.
[15] Giancarlo
Pertegato, I tunisini nella Casbah di Mazara, in «Corriere della Sera», 19 marzo 1984.
[16] Gian Luigi
Paracchini, Nel nome di Maometto, Budda e Krishna, in «Corriere della Sera», 31 marzo 1985.
[17] Maurizio Modugno
e Muzio Pignalosa, Imballato. Un pacco da gettare, in «Il Messaggero», 16 gennaio 1986.
[18] D. M., «Chiediamo leggi, garanzie e lavoro per bloccare razzismo e caccia all’uomo», in «Il Messaggero», 16 gennaio 1986.
[19] Nando Tasciotti, Bisogna
colpire chi li sfrutta, in «Il Messaggero», 13 gennaio 1984.
[20] Luigi Pallottini,
Teniamo lontano dal Paese l’orrendo morbo del razzismo, in «Avanti!», 6 febbraio 1987.
[21] Michele Colucci,
Il movimento antirazzista in Italia e le politiche migratorie, 1989-2002, in «Italia Contemporanea», 297, 2021, pp. 124-144; più in generale tutto il numero della rivista dedicato al tema e curato Francesco Cassata e Guri Schwarz.
[22] Francesco Lo
Piccolo, Una legge color immigrato, in «Il Messaggero», 30 dicembre 1986.
[23] Einaudi, Le politiche dell’immigrazione, cit., pp. 123-132; Colucci, Storia dell’immigrazione, cit., pp. 74-77.
[24] Franco Giliberto,
Arriva un africano carico di…, in «La Stampa», 10 agosto 1985. Si noti che l’infantilizzazione della persona afrodiscendente si attiva già dal titolo, che richiama le filastrocche per i più piccoli.