L’immigrazione straniera in Italia nel periodo repubblicano
Finisce il Secolo breve: legge Martelli, razzismo e
nuovi arrivi
1.
La legge Martelli e il problema del razzismo
Negli studi sulla storia dell’immigrazione in Italia il 1989 è spesso considerato un anno cardine, un punto di svolta sia per quanto riguarda la presenza mediatica del fenomeno, sia per quanto concerne la sua rilevanza politica e sociale. A determinare questo passaggio di fase, che nei paragrafi precedenti abbiamo però visto essere graduale, concorsero almeno due eventi. Da un lato lo sfaldamento dell’organizzazione militare, geografica e amministrativa sottesa alla contrapposizione della Guerra fredda, rappresentata dalla Caduta del Muro di Berlino; dall’altro l’assassinio, tra il 23 e il 24 agosto, di Jerry Masslo, esule sudafricano impiegato come bracciante irregolare nel casertano, ucciso durante una rapina negli alloggiamenti precari che ospitavano i lavoratori.
L’omicidio, come accennato, coagulò gli impulsi organizzativi antirazzisti già presenti nel paese, rinforzando l’attivismo sindacale e associazionistico e contribuendo dunque ad aumentare la pressione sul governo per intervenire. Proprio in questo clima prese così forma il decreto-legge (ddl 416/1989), poi convertito in legge nel febbraio, a cui viene attribuito il nome di “Legge Martelli” (l 39/1990). Il provvedimento rimuoveva la riserva geografica, tante volte citata, relativa al rifugio di richiedenti asilo, introduceva principi di governo dei flussi, politiche esplicite sui visti in ingresso, trattava (seppur con vaghezza) di politiche di integrazione, e organizzava una nuova sanatoria: si trattò insomma di un primo tentativo organico di governo del fenomeno, ma anche di una legge che frustrò sia chi sperava in severe limitazioni negli ingressi, sia chi chiedeva certezza nelle politiche di inclusione.
Le posizioni, anche sui giornali, risultavano complesse e sfumate, amplificando le oscillazioni del mondo politico e intellettuale. «La Stampa», nel dicembre, durante l’elaborazione del provvedimento, titolava un ambiguo Porte aperte agli immigrati, e nella stessa edizione il sociologo Luciano Gallino, nel porre l’accento sullo sfruttamento della manodopera straniera e sugli interessi criminali alla deregolamentazione, evocava un immaginario che rischiava di stigmatizzare gli stessi immigrati: “I segni del loro arrivo incontrollato sono intere strade trasformate in brutte copie del suk di Marrakesh […] interi parchi caduti in mano a spacciatori immigrati […] piazze e strade e locali pubblici nei quali, almeno in certe ore, un non immigrato esita a metter piede”[25]. Alcuni mesi dopo, invece, il giornale torinese raccoglieva l’opinione della Conferenza Episcopale Italiana che, contro gli episodi montanti di razzismo, invitava a: «programmare, intervenire con chiarezza, concedere e rifiutare, selezionare, occorre in qualche modo decidere, ovvero governare la questione”[26].
Degli episodi di razzismo a Firenze parlava anche Miriam Mafai su «la Repubblica», che però non rifiutava completamente lo stereotipo di una “invasione degli extracomunitari che sollecita rimpianti e alimenta incubi”, mentre il politico cattolico Ermanno Gorrieri invitava a “governare il fenomeno con lo spirito di chi lo accetta” e, ragionando sui temi del lavoro e del diritto all’abitare, spronava ad investire in “piani di accoglienza e di integrazione”[27]. A commento tanto della legge Martelli quanto dell’accoglienza a Bari di 54 esuli asiatici, poi, Guido Bolaffi giudicava il provvedimento un “significativo passo avanti del sistema politico italiano sul tema immigrazione”, sottolineando però la necessità di dare seguito al controllo delle frontiere, alla programmazione dei flussi e a distinguere “i veri dai falsi esuli”[28].
Secondo il «Corriere della Sera», era necessaria attenzione, ma il paese viveva ancora una “fase di pre-razzismo”. Nell’articolo, tuttavia, erano riscontrabili i marcatori di un linguaggio che sottolineava la marginalità e che politicizzava il tema immigrazione, ereditando stereotipi del passato ma ibridandoli con nuove formule. Raccontando di un convegno a Bologna l’articolo si apriva paragonando l’immigrato africano ad un “buon selvaggio” che si sarebbe “silenziosamente moltiplicato oltre ogni previsione”, con una “crescita esponenziale”, smettendo quindi “i panni del mite”. La costruzione giornalistica dello straniero pericoloso iniziava a servirsi dei codici dell’allarmismo sulla salute, evocando i ragionamenti numerici (la crescita esponenziale) e sulla duplicazione delle cellule, che in quegli anni costellavano le cronache sull’AIDS e sull’insorgere di tumori[29]. In questo periodo la persona di provenienza non italiana diveniva dunque sempre più “fatto amministrativo”, le storie personali si intervallavano a considerazioni in cui l’individuo si perdeva nel quadro dei grandi fenomeni internazionali, da regolare attraverso l’intervento di organi nazionali e sovranazionali.
Tanto la già citata crisi dei paesi comunisti, con la fine dell’ordine della Guerra Fredda e la riunificazione tedesca (settembre-ottobre 1990), quanto l’approvazione della legge Martelli, con la fine della riserva geografica e le basi di un nuovo governo delle frontiere, aprirono infatti la strada all’adesione italiana alla Convenzione di Schengen, nell’autunno 1990, che stabiliva l’aspirazione a frontiere aperte tra gli stati membri e chiuse verso l’esterno[30]. Ecco che emergeva allora sempre di più l’idea della circolazione di persone come un campo di azione per attori e transnazionali: “La ‘fortezza Europa’ invasa dagli immigrati” oppure “L’emigrazione
dei profughi URSS nuovo problema per l’Europa”, scriveva «la Repubblica» nel 1990, mentre per «La Stampa», nel 1991 “l’Europa alza la diga: a Berlino accordo tra 27 Paesi per bloccare la fiumana di clandestini”[31]. Al centro della discussione c’erano non più solamente gli arrivi di persone dall’Asia e dall’Africa, ma anche, nuovamente, dei paesi dell’Europa orientale, le cui frontiere divenivano sempre più permeabili.
2. La crisi albaneseL’ingresso nel paese di un numero importante di persone provenienti dall’Albania, all’inizio degli anni Novanta, fu una delle prime e più notevoli conseguenze della progressiva dissoluzione degli Stati comunisti e dei nuovi equilibri internazionali successivi al 1989. Gli arrivi con il maggiore impatto sull’opinione pubblica si verificarono in due momenti: prima nell’estate del 1990, quando alle persone rifugiatisi in varie ambasciate a Tirana fu concesso il titolo di rifugiati, poi tra la primavera e l’estate del 1991, con numeri e reazioni che marcarono un nuovo cambio di passo nella gestione e nella percezione del fenomeno migratorio.
Nei primi momenti, a ridosso della decisione da parte dei governi europei di accettare i richiedenti asilo e dell’operazione italiana di recupero navale, le caratterizzazioni della stampa sottolinearono la disponibilità nazionale all’accoglienza e riattivarono immagini tipiche della contrapposizione tra blocchi. Quelle inviate a Durazzo dall’Italia erano “navi della libertà” in due titoli de «La Stampa» (Andrea di Robilant, 12 luglio 1990 e Fulvio Milone, 13 luglio 1990), ma anche sul «Corriere della Sera» (Nell’Adriatico, una barca chiamata libertà, 12 luglio 1990), mentre su «Il Messaggero» ad essere finalmente liberi erano proprio gli stessi albanesi appena sbarcati (Brindisi, liberi gli albanesi, 14 luglio 1990). Le descrizioni dei rifugiati si richiamavano, anche esplicitamente, ad un genere che lo stesso «Il Messaggero» chiamò degli “oleografici «quadretti di profugo»”, ricco di “sirene delle navi, fazzoletti, ma anche bambini sollevati come pupazzi di stoffa, lacrime, vestiti a pezzi, borse a rete o di plastica con quattro cose dentro, scarpe da tennis ma anche qualche piede nudo…”, un campionario sentimentale che sottolineava la miseria e la speranza dei nuovi arrivati, rendendoli soggetti non minacciosi e meritevoli della generosità nazionale. Le traversate, scriveva ancora Tasciotti nell’articolo, erano “tutte concluse gridando «Italia»”[32] e a sbarcare, secondo un titolo di «Repubblica», era “un popolo di fantasmi” (Dai
traghetti sbarca un popolo di fantasmi, Vincenzo Nigro, 14 luglio 1990), che appena messo piede sul suolo italiano, come scriveva Bruno Tucci sul «Corriere», trovava “la terra promossa, la libertà, la democrazia”[33]. Nel nostro paese queste persone cercavano una prosperità da sogno e l’aiuto della popolazione di antica discendenza albanese: “In Italia, c’è chi si è detto subito pronto ad ospitare i profughi. Ad esempio, la comunità albanese, numerosissima specialmente in Calabria, Sicilia e Puglia”, diceva il «Corriere», e anche su «La Stampa» si notava il medesimo fenomeno[34].
Eppure, già pochi giorni dopo, l’inviato del quotidiano torinese Giuseppe Zaccaria sintetizzava timori e riluttanza delle comunità arbëreshë in un colorito pezzo che ancora sceglieva di mettere al centro le difficoltà e le contraddizioni italiane: “nonostante il rincorrersi di promesse e illusioni, il Mezzogiorno tutto potrà diventare tranne che luogo d’asilo per i reduci dell’ultimo regime stalinista d’Europa”,
scriveva Zaccaria, che, citando l’eparca di Cosenza, tornava a caratterizzare il paese come un luogo di rifugio solo temporaneo: “meglio pensare subito a questo soggiorno come a un ponte verso soluzioni più praticabili: gli Stati Uniti, il Canada”[35]. Nell’agosto il «Corriere della Sera» pubblicava un articolo simile per toni e contenuti: “Erano stati accolti al porto di Brindisi come martiri della libertà, neppure due mesi più tardi sono diventati pacchi ingombranti da scaricare in fretta”[36].
Era pronto, insomma, il bagaglio retorico che avrebbe contrassegnato nel resoconto giornalistico anche gli eventi dei mesi successivi, con la critica alla scarsa organizzazione degli apparati statali e l’accentuazione della miseria degli albanesi. Alle prime partenze numericamente più consistenti di inizio marzo 1991 «la Repubblica» notava già che, per questi profughi, “Il Palazzo è rimasto assente”, si registravano “disinteresse e rifiuto”, mentre i richiedenti asilo “Girano spaesati, per le vie di Otranto”[37]. La situazione era descritta come già critica, il giorno dopo il foglio annunciava nel titolo una Marea di profughi dall’Albania e l’inizio dell’articolo era evocativo, nel linguaggio e nella punteggiatura, di una massa umana alla deriva. Le persone albanesi in fuga, che erano il soggetto, non erano nominate esplicitamente, ma sottintese dietro ad un minaccioso “loro”: “Arrivano ancora. Arrivano in cinque, dieci, duecento, ottocento. Arrivano a bordo di chiatte, rimorchiatori, battelli coperti di ruggine usciti da chissà quale incubo di marinaio. Arrivano su piccole imbarcazioni a motore, su fragili battelli di legno che hanno come remi delle pale da contadino”[38].
In Puglia erano giunte secondo «La Stampa» “torme di sbandati in cerca di sopravvivenza”, il porto brindisino era “irriconoscibile”, “attraversato da gruppi di albanesi senza nome”[39]. Pochi giorni dopo i migranti sbarcati a Brindisi, superando i blocchi navali, erano descritti mentre disperatamente cercavano cibo: “Un cordone formato da una decina di poliziotti è stato travolto. Una furia scatenata ha cominciato ad ingozzarsi con quello che trovava”[40]. Nella titolazione del giorno dopo il quotidiano insisteva sull’immagine dell’invasione (L’assalto dei boat people) e sulle responsabilità del governo: “Brindisi non regge l’urto dei ventimila albanesi che l’hanno invasa”,
mentre nel testo tornava il tema della città, chiamata a reagire da sola. “Ad aggravare la situazione e a far temere il peggio, di pomeriggio nella città storica manca l’acqua. Le vie strette sono intasate dagli stracci abbandonati dagli albanesi non appena essi hanno potuto togliersi di dosso giacche e maglie, sostituendole con quello che offriva loro la popolazione. […] La città viene disinfettata negli angoli dove, seppure con pudore, molti profughi hanno adempiuto alle necessità fisiologiche”[41]. Sul giornale torinese, dopo gli sbarchi forzati dell’8, si diceva che “Il porto di Brindisi sembra un gigantesco campo di concentramento dove regnano fame e paura” e che “È come se lo Stato fosse stato messo ko da questa immensa forza d’urto fatta di gente lacera, stremata”[42]. Quando finalmente, dopo cinque giorni, l’intervento del governo centrale entrava a regime, il «Corriere» dipingeva una città che offriva “uno spettacolo indecoroso che dimostra la poca solidarietà che il nostro Paese ha offerto a questi disgraziati fuggiti dall’Albania in cerca di lavoro e libertà”[43].
Immigrazione e accoglienza erano dunque lette attraverso il prisma della miseria e dell’ingenuità dei nuovi arrivati, specchi che rivelavano anche contraddizioni e arretratezze dell’Italia. Le cronache delle settimane successive raccontavano però anche gli sforzi e le difficoltà di un’accoglienza che tentò di articolarsi su tutto il territorio. I reportage giornalistici spaziavano dalla cronaca sui permessi temporanei di lavoro, sulla scarsa concessione dello status di rifugiato, alle notizie sui numerosi rimpatri e sui crimini e le presunte diversità degli albanesi.
L’agosto del 1991 segnò un’ulteriore evoluzione della situazione e una linea politica di esplicita e rigida chiusura rispetto agli arrivi dall’Albania, in parte anticipata da nuovi atteggiamenti già a giugno (Corrado Ruggeri, Fuori tutti e subito, sono clandestini, «Corriere della Sera», 15 giugno 1991; Ora gli albanesi sono uguali a tutti gli
immigrati, 16 luglio 1991). Dal porto di Durazzo il 7 agosto salpò la nave Vlora, con a bordo all’incirca 18.000 persone che ne forzarono la partenza prima di approdare, dopo un respingimento a Brindisi, l’8 agosto nel porto di Bari. Sia Valerio De Cesaris che Michele Colucci hanno ricostruito nei dettagli, all’interno dei loro libri, la confusione delle disposizioni governative che disponevano il concentramento e il rimpatrio degli albanesi e la difficoltà nel metterle in pratica. Le persone, sbarcate in ogni modo dall’imbarcazione, si trovarono così prima ammassate senza cibo, acqua e assistenza medica nelle zone del porto e successivamente costrette in circa 6000 nello Stadio della Vittoria, in attesa di rimpatrio e in precarie condizioni sanitarie. Tucci sul «Corriere della Sera» parlava di “uno spettacolo drammatico, perché questi diecimila e più esuli albanesi, che hanno voluto tentare un difficilissimo viaggio della speranza verso la libertà, non hanno quasi più nulla di umano. Il viso scavato, gli occhi cerchiati, la bocca impastata: urlano frasi disperate, cercando solidarietà”, e notava che diversi dei
profughi erano armati[44].
Più duro sulle stesse pagine era Massimo Nava, che commentava anche la reclusione nello stadio e la guerriglia tra forze dell’ordine e fuggiaschi (“L’Europa senza muri e senza confini ricorderà la pena infinita di questo lager”), criticava l’“imprevidenza e confusione” dell’organizzazione, ma ammetteva anche che “L’immagine del lager è cruda, ma non c’erano alternative”[45]. Il giorno dopo tornerà a parlare di una “decisione umanamente vergognosa, una situazione esplosiva e incontrollabile”, ma, guardando ai rinchiusi e alla loro violenza disperata, annotava: “Ridotti come bestie in gabbia, i profughi fanno paura. Sono vandali inferociti”; “dentro lo stadio è l’inferno. Si odono colpi di pistola, imprecazioni, disperate richieste di aiuto[46].
«Il Messaggero» fu nell’ampiezza della copertura e nella scelta delle foto meno drammatico, ma parlò comunque di “scenario da inferno dantesco”[47]. Sulla scelta dello stadio, Stanganelli descriveva una scelta rivelatisi “un boomerang”, perché “Migliaia di esseri umani inferociti dal caldo e dalla sete stanno procedendo al suo sistematico smantellamento”, e riprendeva anche le motivazioni del governo a proposito dei ritardi, mentre sulla stessa pagina più critico era Marcello Favale, che parlava di “una giornata tragica, dalla quale esce sconfitta, ancora una volta l’organizzazione italiana”[48]. Il giornalista reiterava il giorno successivo: “la situazione dal punto di vista organizzativo è precipitata sin dalle prime ore, con una serie di errori iniziati proprio dalla scelta dello stadio come luogo di raccolta di 8.000 persone stanche, affamate ed arrabbiate che in poche ore hanno trasformato lo stadio in un inferno”.
Anche Francesco Grignetti su «La Stampa» del 9 agosto parlava di “uno scenario dantesco, dove i dannati erano migliaia di albanesi costretti alla tortura della sete”.[49] L’inviato La Licata, commentando la guerriglia ancora in corso, raccontava di momenti in cui “non si riesce a controllare gli istinti, la violenza prevale”[50]. Anche nel contributo dello stesso autore del giorno successivo veniva instaurato un collegamento tra perduta libertà e una istintualità sempre meno umana. Bari era definita un lager, senza più virgolette o giri di parole (ma nella titolazione gli albanesi erano soltanto «prigionieri») e ciò sembrava determinare una mutazione quasi animalesca nei profughi: “Chiedono cibo. A sciami, si muovono quasi meccanicamente. Seguono, come topi ammaliati dal flauto magico, chiunque abbia tra le mani qualcosa che possa risultare appetibile”. Nella zona del porto il linguaggio trovava non più individui ma “massa brulicante”, mentre a fuggire verso il centro della città erano “veri e propri fantasmi senza identità”. Dentro allo stadio, poi, “Parlare di inferno può sembrare riduttivo: lì, migliaia di persone hanno bivaccato per tre giorni. I cessi possono aver retto solo per qualche ora, poi tutto è diventato gabinetto”. Il molo era un “altro girone dantesco” e i migranti erano “immersi in una immonda poltiglia nera di piscio e polvere di carbone”. I simboli che marcano la scomparsa umanità sono ancora utilizzati: gli albanesi erano descritti come “manichini anneriti dal carbone, con gli occhi affossati per la fatica”[51].
Su «Repubblica» i toni erano meno evocativi, ma costante era il rimando alle atmosfere dantesche e non mancava anche in questo contesto una riflessione sulla perduta umanità dei profughi. Ne “L’inferno chiamato Bari” i bus per i rimpatri attendevano un “carico umano sfinito e maleodorante”, mentre i bambini appena tornati dai ricoveri ospedalieri “Sembrano esseri umani. Del tutto diversi dalle ‘bestie’ stremate dalla sete e dalla fame a cui stanno per ricongiungersi”. Accanto a questa descrizione che lasciava poca umanità agli sbarcati si distingue, di nuovo, la critica alla scelta dello stadio: “Sono ormai diventati dei reclusi. Non sono più dei profughi. Sono dei prigionieri. All’interno del lager Della Vittoria dove nessun poliziotto ha più il coraggio di entrare, la rivolta è ricominciata”[52].
[1] Massimo Nava, Un esercito-ombra con 50 mila stranieri nell’arcipelago sommerso del lavoro nero, in «Corriere della Sera», 4 aprile 1979.
[2] S.N., Mezzo
milione di stranieri clandestini nel nostro paese, in «la Repubblica», 10 giugno 1984.
[3] S.N., Quando la città è vuota, in «La Stampa», 14 agosto 1972.
[4] S.N., Ripercorrono senza tregue l’Europa le correnti delle nuove migrazioni, in «Corriere della Sera», 27 agosto 1973.
[5] Colucci, Storia dell’immigrazione, cit., p. 62.
[6] Censis 1979 e
Romano Prodi, L’Italia è diversa e mancano i negri, in «Corriere della Sera», 19 agosto 1977.
[7] Colucci, Storia dell’immigrazione, cit., p. 68.
[8] Claudio Moffa, Immigrati, ecco l’altra metà del cielo, in «Corriere della Sera», 26 aprile 1985.
[9] Natalia Aspesi, Nella
casbah di Milano, in «la Repubblica», 4 dicembre 1978.
[10] Claudio Moffa, Da
Capoverde a Trastevere per lavorare, in «Corriere della Sera», 16 marzo 1985.
[11] Lorenzo Fuccaro, Sono
ormai trentamila gli arabi abitati a Roma, in «Corriere della Sera», 26 gennaio 1984.
[12] Paolo Orrù, Il discorso sulle migrazioni nell’Italia contemporanea. Un’analisi linguistico discorsiva sulla stampa, Milano, FrancoAngeli, 2017, pp. 169-192.
[13] Giovanni Iozia, Così Catania ha scoperto la “colonia” del Senegal, in «la Repubblica», 2 giugno 1984.
[14] Felice Cavallaro,
Mazara: l’antica casbah si è ripopolata di arabi, in «Corriere della Sera», 10 luglio 1979.
[15] Giancarlo
Pertegato, I tunisini nella Casbah di Mazara, in «Corriere della Sera», 19 marzo 1984.
[16] Gian Luigi
Paracchini, Nel nome di Maometto, Budda e Krishna, in «Corriere della Sera», 31 marzo 1985.
[17] Maurizio Modugno
e Muzio Pignalosa, Imballato. Un pacco da gettare, in «Il Messaggero», 16 gennaio 1986.
[18] D. M., «Chiediamo leggi, garanzie e lavoro per bloccare razzismo e caccia all’uomo», in «Il Messaggero», 16 gennaio 1986.
[19] Nando Tasciotti, Bisogna
colpire chi li sfrutta, in «Il Messaggero», 13 gennaio 1984.
[20] Luigi Pallottini,
Teniamo lontano dal Paese l’orrendo morbo del razzismo, in «Avanti!», 6 febbraio 1987.
[21] Michele Colucci,
Il movimento antirazzista in Italia e le politiche migratorie, 1989-2002, in «Italia Contemporanea», 297, 2021, pp. 124-144; più in generale tutto il numero della rivista dedicato al tema e curato Francesco Cassata e Guri Schwarz.
[22] Francesco Lo
Piccolo, Una legge color immigrato, in «Il Messaggero», 30 dicembre 1986.
[23] Einaudi, Le politiche dell’immigrazione, cit., pp. 123-132; Colucci, Storia dell’immigrazione, cit., pp. 74-77.
[24] Franco Giliberto,
Arriva un africano carico di…, in «La Stampa», 10 agosto 1985. Si noti che l’infantilizzazione della persona afrodiscendente si attiva già dal titolo, che richiama le filastrocche per i più piccoli.
[25] Andrea di
Robilant, Porte aperte agli immigrati, in «La Stampa», 17 dicembre 1989; Luciano Gallino, L’ipocrisia delle porte aperte, in «La Stampa», 17 dicembre 1989.
[26] Mario Tosatti, I
vescovi: sugli immigrati legge insufficiente, in «La Stampa», 8 marzo 1990.
[27] Miriam Mafai, Firenze
scopre la paura del nero, in «la Repubblica», 6 marzo 1992; Ermanno Gorrieri, Il triste muro antimmigrati, in «la Repubblica», 21 febbraio 1990.
[28] Guido Bolaffi, La
farsa degli immigrati, in «la Repubblica», 4 marzo 1990.
[29] Marzio Breda, Chi ha paura dell’immigrato, in «Corriere della Sera», 1° febbraio 1990.
[31] Marco Ansaldo, L’emigrazione
dei profughi URSS nuovo problema per l’Europa, in «la Repubblica», 1° dicembre 1990; Emanuele Novazio, L’Europa alza la diga, in «La Stampa», 1° novembre 1991.
[32] Nando Tasciotti, Brindisi,
liberi gli albanesi, in «Il Messaggero», 14 luglio 1990.
[33] Bruno Tucci, Dall’Albania alla Terra promessa, in «Corriere della Sera», 13 luglio 1990.
[34] Bruno Tucci, Ultime ore d’attesa nel bunker Albania, in «Corriere della Sera», 12 luglio 1990; Fulvio Milone, La Puglia si prepara all’emergenza, in «La Stampa», 12 luglio 1990.
[35] Giuseppe
Zaccaria, Fratello albanese non siamo mica l’America, in «La Stampa», 13 luglio 1990.
[36] A. Sa., Benvenuti
albanesi, ma ripartite presto, in «Corriere della Sera», 11 agosto 1990.
[37] Claudio Gerino, Fuga dall’incubo albanese, in «la Repubblica», 5 marzo 1991.
[38] Claudio Gerino, Marea di profughi dall’Albania, in «la Repubblica», 6 marzo 1991.
[39] Francesco La
Licata, La Puglia chiude i porti, in «La Stampa», 7 marzo 1991.
[40] Leandro Turriani,
A Brindisi forzano il blocco e entrano in porto, in «Il Messaggero», 8 marzo 1991.
[41] Leandro Turriani,
Profughi, ore drammatiche, in «Il Messaggero», 9 marzo 1991.
[42] Fulvio Milone, In
mare battaglia della disperazione, in «La Stampa», 8 marzo 1991.
[43] Bruno Tucci, Arrivano
i soldati, Brindisi spera, in «Corriere della Sera», 11 marzo 1991.
[44] Bruno Tucci, Viaggio da un inferno all’altro, in «Corriere della Sera», 9 agosto 1991.
[45] Massimo Nava, Nella
notte infuria la battaglia, in «Corriere della Sera», 9 agosto 1991.
[46] Massimo Nava, Guerriglia
per sfuggire alla beffa, in «Corriere della Sera», 10 agosto 1991.
[47] Marcello Favale, Albanesi
a valanga sulle coste, in «Il Messaggero», 9 agosto 1991.
[48] Mario
Stanganelli, Un inferno lo stadio di Bari, in «Il Messaggero», 10 agosto 1991; Marcello Favale, Scontri, sparatorie, feriti. Si parla anche di morti alla “Vittoria”, in «Il Messaggero», 10 agosto 1991.
[49] Francesco
Grignetti, Il sogno dei profughi muore allo stadio, in «La Stampa», 9 agosto 1991.
[50] Francesco La
Licata, La guerra di un popolo in fuga inseguito da sete e fame, in «La Stampa», 10 agosto 1991.
[51] Francesco La
Licata, «Almeno a Tirana avevo da mangiare», in «La Stampa», 11 agosto 1991.
[52] Barbara
Palombelli, L’inferno chiamato Bari, in «Repubblica», 10 agosto 1991.