La discriminazione verso le donne: il caso della parità di genere sul posto di lavoro
Il contesto di riferimento
Il lento e spesso accidentato percorso che ha fatto affermare in Italia la “cultura della parità”, intesa come «consapevolezza collettiva della classe delle donne-lavoratrici»[1], ha vissuto una delle tappe più importanti tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento, quando sia il quadro legislativo, sia un lento ma costante mutamento della mentalità e della cultura di riferimento hanno permesso una sempre maggiore parificazione tra uomo e donna nel mondo lavorativo e professionale – sebbene ancora oggi molte lacune debbano essere colmate, come dimostra il ciclico ripresentarsi del dibattito sul gender gap retributivo o sulle cosiddette “quote rosa”[2].
La stampa quotidiana seguì con attenzione i passi legislativi e il dibattito sulla parità di genere nell’ambito lavorativo: in particolare, alcuni quotidiani di taglio moderato e ampia diffusione, come il «Corriere della Sera» e «La Stampa», svolsero un ruolo cruciale nel plasmare un’immagine e una narrazione della donna lavoratrice, in bilico tra modernizzazione giuridica e permanenza di stereotipi tradizionalisti.
In Italia i primi, deboli tentativi legislativi per contrastare la discriminazione femminile orizzontale, cioè l’emarginazione e l’esclusione delle donne da alcuni lavori o settori d’impiego, risalgono al primo dopoguerra. Già la Prima guerra mondiale, con gli uomini al fronte, aveva comportato il ricorso a numerose lavoratrici nelle fabbriche, nei campi e in molti altri posti di lavoro, determinando un inedito ruolo della manodopera femminile e contribuendo poi alle difficoltà della riconversione bellica una volta finito il conflitto, quando si alternarono leggi protettive ed espulsive per il genere femminile. A un livello più alto, dopo il lento percorso dell’Italia liberale per aprire al genere femminile l’istruzione superiore e universitaria[3], la legge n. 1176 del 1919, trattando di occupazione di medio-alto livello, sancì la possibilità delle donne di accedere agli impieghi pubblici e a professioni, come quella di avvocato, anche se non ancora alle cariche più alte (direttore generale, prefetto, console, ambasciatore, magistrato).
L’avvento del regime fascista, portatore di una visione tradizionalista della società e dei ruoli di genere, determinò un irrigidimento dell’atteggiamento nei confronti delle donne, che causò un aumento dell’occupazione femminile solo in alcuni specifici settori, ad esempio quello cotoniero e tessile, e una nuova ondata discriminatoria, sancita da alcuni provvedimenti, come quello del 20 gennaio 1927, con il quale il sindacato fascista dimezzò i salari delle donne rispetto a quelli degli uomini. L’ideologia fascista, infatti, non vedeva di buon occhio la donna-lavoratrice, così che il concentrò una parte significativa della propria propaganda a favore dell’immagine della donna-massaia, “angelo del focolare”, moglie e madre di prole numerosa: un modello tradizionalista, sul quale poteva trovare l’appoggio della Chiesa cattolica e che, soprattutto, era funzionale al progetto natalista di crescita demografica[4].
Nel secondo dopoguerra, anche in seguito all’introduzione del suffragio universale e all’elezione delle prime donne, la Costituzione affermò la parità tra i cittadini indipendentemente dal loro genere: l’articolo 37 stabilisce che la donna debba avere gli stessi diritti e, a parità di lavoro, la stessa retribuzione dei colleghi maschi, aggiungendo che «le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione». Il dettato costituzionale, che riconosceva e tutelava le funzioni e il valore della donna anche in quanto madre, aveva così posto le basi per i successivi interventi legislativi in materia di donne e lavoro: la legge n. 7 del 9 gennaio 1963 impediva il licenziamento a causa matrimonio, mentre la legge n. 1204 del 31 dicembre 1971 tutelava le madri lavoratrici, stabilendo la non licenziabilità dall’inizio del periodo di gestazione fino al termine dei tre mesi dopo il parto e fino al compimento di un anno d’età del bambino, oltre a prevedere periodo di astensione dal lavoro causa maternità. Nel frattempo, non senza difficoltà e ritardi, vi fu la lenta, e spesso evasa, applicazione della parità salariale (1956), l’ammissione delle donne ai pubblici uffici e alle professioni, a esclusione della Guardia di Finanza e delle Forze armate, e l’abolizione della “clausola di nubilato” nei contratti del settore bancario, dell’industria e degli ospedali (1963).
Gli anni Settanta
Questo processo di parificazione e tutela delle lavoratrici visse un salto di qualità negli anni Settanta, complice un contesto politico-culturale più favorevole, a partire dalle conseguenze del Sessantotto: in particolare, gli anni tra il 1974 e il 1978 rappresentarono «uno snodo fondamentale e periodizzante nella storia del femminismo italiano e della lotta per l’emancipazione e l’autodeterminazione femminile, articolatasi attorno ai temi della famiglia e del lavoro. […] le donne diventano un gruppo sociale di pressione e di rilevanza politica non più trascurabile, attivo nel provare a imporre un movimento di modificazione ideologica e culturale legato all’affermazione di una nuova soggettività femminile e, di conseguenza, alla ricostruzione di un rapporto uomo-donna scevro da contraddizioni e disuguaglianze»[5]. Alcuni cambiamenti giuridici e sociali incisero in modo significativo: l’approvazione della legge sul divorzio (1970) e il successivo, fallito, referendum abrogativo (1974), a cui seguì la riforma del diritto di famiglia (1975), che parificò le madri ai padri nell’esercizio della patria potestà sui figli, abolendo pertanto le norme che attribuivano al marito le principali scelte familiari e l’obbligo unilaterale di provvedere al mantenimento della moglie; completò il quadro l’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore (1981). Si configurò così il cosiddetto modello della “doppia presenza” tra ambito familiare e lavorativo, il quale innescò anche in Italia le dinamiche di una seconda transizione demografica che, comportando un ritardo nella formazione delle coppie coniugali e dunque della nascita della prole, per via del completamento degli studi e della ricerca del lavoro, determinò un abbassamento del tasso di fecondità[6]. A ciò si aggiunse, come tassello fondamentale del processo di emancipazione femminile, anche la battaglia per la liberalizzazione dell’aborto, reso possibile dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978.
Un ulteriore momento di svolta avvenne nel 1976, con la nomina della prima ministra donna della storia repubblicana, la democristiana Tina Anselmi al dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale, sintomo di una maggiore attenzione verso i problemi della discriminazione di genere. La difficoltosa penetrazione di una nuova sensibilità alla questione della parità di genere si scontrava però con «le rigidità culturali di una società patriarcale»[7]. Proprio in riferimento alla nuova ministra, ad esempio, «La Stampa» ne proponeva ai lettori un ritratto che metteva in rilievo l’apparenza fisica e lo stato civile[8], secondo una prassi che diventerà comune negli anni successivi nel presentare figure di “donne in carriera”.
Tina Anselmi a inizio 1977 propose al
Parlamento il disegno di legge sulla parità tra uomo e donna nel mondo del lavoro, approvato a fine anno. Il dibattito sulla legge si fece vivace sia alla Camere, sia sui giornali. Critico nei confronti del progetto di legge fu, ad esempio, il giurista Gino Giugni, che dalle pagine della «Stampa» contestava come non adeguato allo sviluppo professionale il riconoscimento dei periodi di gravidanza e puerperio per l’avanzamento di carriera e accusava di non distinguere adeguatamente le specificità di professioni e ambiti lavorativi differenti. Gli risposero sullo stesso quotidiano torinese le deputate comuniste Mariangela Rosolen e Maria Magnani Noya, le quali dichiaravano che le assenze dovute a gravidanza e puerperio dovessero essere in tutto assimilate al servizio di leva. Nella sua redazione definitiva, la legge vietava qualsiasi discriminazione fondata sul sesso: non potevano più esserci occupazioni precluse alle donne, indipendentemente da settore, tipologia, livello gerarchico; essa confermava, inoltre, la parità di trattamento salariale e previdenziale, il diritto alla reversibilità della pensione e un aumento a 60 anni dell’età pensionabile per le donne. Vennero però presto alla luce alcuni casi in cui aziende vennero accusate di discriminazione per aver escluso lavoratrici nell’assunzione (il primo caso fu quello della FIAT nel gennaio 1978). Non mancarono in quelle occasioni le prese di posizione sui principali quotidiani moderati italiani contro la legge sulla parità: Carlo Quintavalle, sul «Corriere della Sera», ipotizzava l’eventualità di una paradossale regressione sociale[9], mentre «La Stampa», che con la FIAT condivideva la proprietà della famiglia Agnelli, metteva in dubbio il concetto stesso di uguaglianza, in un articolo a firma di Guido Ceronetti[10]. La legge, nella difficoltà di applicazione effettiva, di controllo e sanzioni, deluse di fatto le aspettative, tanto da essere definita da Luciano Mondini sul «Corriere della Sera» un «quasi fallimento»[11].
Gli anni Ottanta
Al volgere del decennio, una ricerca della CISL pubblicata sul «Corriere della Sera» rilevava come, su 28 milioni di donne italiane, poco più di 6 milioni erano occupate (e quasi un milione in cerca di lavoro), con un impiego soprattutto in mansioni e settori tradizionalmente caratterizzati da manodopera femminile[12]. Dal punto di vista sociale e culturale, il passaggio dagli anni Settanta agli Ottanta segnò la cosiddetta “epoca dei primati”: sotto la prima presidente donna della Camera dei Deputati, Nilde Iotti (PCI), vennero assunte le prime commesse alla Camera, sancendo di fatto l’abolizione delle norme contenute dal regolamento per l’accesso alla professione (in particolare il requisito dell’altezza pari almeno a 1,80 m); Livia Pomodoro fu la prima donna giudice di Corte d’Appello, Rita Levi Montalcini prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la medicina, mentre in Sardegna si distingueva la prima donna minatrice.
In questo contesto, a focalizzare l’attenzione di stampa e partiti nei primi anni Ottanta fu il dibattito sull’istituzione del servizio militare volontario per le donne. Presentata nell’ambito della riforma della leva presentata dalla DC, la proposta prevedeva la graduale istituzione della figura della donna-soldato, con le stesse prerogative e lo stesso trattamento dei colleghi uomini, nei ruoli di ufficiali e sottoufficiali e nelle mansioni logistiche, amministrative e sanitarie delle Forze armate. Tuttavia, l’iter si interruppe con l’intervento contrario del Consiglio di Stato, che giustificava costituzionalmente l’esclusione delle donne dai corpi militari ricorrendo alle loro peculiarità non solo fisiche, ma anche caratteriali e attitudinali[13].
I dati raccolti nel 1984 in occasione della fine del Decennale della Donna, promosso dall’ONU, mostravano una buona situazione dal punto di vista legislativo (arricchita tra 1983 e 1984 dalle nuove Commissioni per l’uguaglianza delle opportunità in materia di lavoro tra donne e uomini presso il Ministero del Lavoro e la Presidenza del Consiglio), ma resa nella pratica poco efficace dall’assenza di strumenti di applicazione e vigilanza adeguati. Emergeva, inoltre, la criticità della quasi totale assenza di donne in ruoli di responsabilità e comando.
Fu proprio per superare questa situazione di stallo che nel corso del decennio fu promossa una serie di cosiddette “azioni positive”, ideate negli Stati Uniti degli anni Sessanta e finalizzate a eliminare i fattori storico-sociali della discriminazione e a realizzare un’effettiva parità. Si chiarivano e identificavano anche i diversi tipi di discriminazione subiti dalle lavoratrici: accanto alla discriminazione “diretta”, cioè il rifiuto di assunzione a causa del genere, ve ne era pure una “indiretta”, che colpiva soprattutto l’avanzamento nella carriera e nella retribuzione[14]. Si affermò, in questo quadro, un «nuovo archetipo di donna e di lavoratrice, teorizzato da Federica Olivares nel dicembre 1979 attraverso il neologismo “donna in carriera”, a indicare la fine della donna “a una dimensione”, quella familiare, e l’inizio di una pluralità di opzioni di vita personale e lavorativa»[15].
In parallelo, sui quotidiani, specie «La Stampa», ebbe particolare spazio e fortuna la retorica della donna-manager (esemplare la figura di Marisa Bellisario), articolata su tre punti principali: il conflitto con l’uomo, sia in quanto collega, sia in quanto partner; la rinuncia e il sacrificio per raggiungere il successo lavorativo; la mascolinizzazione della donna[16]. Se, da una parte, la stampa diede spazio a queste figure di donne realizzatesi nel mondo lavorativo anche sull’onda delle novità legislative, dall’altra permanevano stereotipi e pregiudizi: secondo Federica Olivares, ciò che emergeva da questi articoli era «il consueto ritratto denigratorio e distorto della categoria, nel quale la donna manager è dipinta come aggressiva, dura, egocentrica, pessima moglie, pessima amica delle altre donne e poco madre, in un’oscillazione costante tra esaltazione e demonizzazione»[17].
Sul finire degli anni Ottanta, alcune ricerche smentirono diversi luoghi comuni, quali la figura del partner come principale ostacolo alla carriera femminile, favorendo una più matura percezione della donna lavoratrice nell’eliminare gli stereotipi sull’antagonismo tra famiglia e lavoro, sebbene questi permanessero almeno a livello linguistico: È suonata l’ora dei manager con la sottana era l’emblematico titolo dell’articolo sul tema di Patrizia Zelioli sull’inserto settimanale della «Stampa» «Tutto Come»[18].
Gli anni Novanta
Il nuovo decennio si aprì con un disegno di legge, relatrice Tina Anselmi, per la rimozione definitiva di barriere e discriminazioni, con l’obiettivo di superare i limiti e le lacune del provvedimento del 1977. La legge n. 215 del 25 febbraio 1992 sulle pari opportunità lavorative e imprenditoriali mirava a tutelare le donne lavoratrici, tanto dipendenti quanto autonome, dando ulteriore vitalità alla figura della donna-manager, «la cui immagine mediatica, tuttavia, torna[va] significativamente a essere caratterizzata dall’antagonismo con la moglie-madre […], almeno sulle pagine della stampa moderata»[19]. Rimanevano, infatti, le narrazioni di conflittualità per la donna tra carriera e matrimonio e maternità, che sottolineavano, anche con durezza, il sacrificio e la rinuncia delle scelte femminili[20], così come tentativi di mascolinizzazione, di una rinuncia, conscia o inconscia, alla femminilità[21].
L’archetipo della donna-manager, così come delineato dalla stampa moderata, emerse come simbolo del conflitto tra due forze opposte, che di fatto caratterizzavano dalle origini il percorso verso la parificazione lavorativa: da un lato l’impulso progressista della coscienza femminile, individuale e collettiva, dall’altro un atteggiamento tradizionalista e conservatore ancora radicato nella società italiana degli ultimi decenni del Novecento. Questo contrasto, lungi dall’esaurirsi, accompagna la figura della donna moderna – autonoma, libera e autodeterminata – proiettandosi come un’ombra persistente anche nel nuovo millennio[22].
Note:
[1] A. Cremascoli, Il mito della parità e l’archetipo della donna-manager su «Corriere della Sera» e «La Stampa», in F. Guidali, E. Orrù, E. Salvatore (a cura di), Lingua e storia della
discriminazione nella stampa del secondo Novecento: il progetto LiSDiGio, Siena, Edizioni Università per Stranieri di Siena, 2025, p. 87.
[2] Sulla storia delle donne, dell’emancipazione femminile e della parità di genere esiste un’ampia bibliografia; si rimanda qui in particolare a M. De Giorgio, Le italiane dall’Unità a oggi,
Roma-Bari, Laterza, 1993; A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Roma, Viella, 2019; S. Salvatici, Storia delle donne nell’Italia contemporanea, Roma, Carocci, 2022.
[3] S. Di Pasqua, Donne e
istruzione in Italia tra Ottocento e Novecento. Parte prima: contesto e
legislazione, in «QuaderniCIRD», 28, 2024, pp. 86-121; C. Ghizzoni, L’istruzione delle donne nell’Ottocento tra conservazione e modernità, in «History of Education & Children’s Literature», 19(2), 2024, pp. 27-60; C. Ghizzoni, I. Mattioni, Storia dell’educazione. Cultura, infanzia e
scuola tra Otto e Novecento, Bologna, il Mulino, 2023.
[4] C. Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della popolazione nell’Italia fascista, Bologna, il
Mulino, 1997.
[5] A. Cremascoli, Il mito della parità e l’archetipo della donna-manager su «Corriere della Sera» e «La Stampa»,
cit., p. 88.
[6] A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Roma, Viella, 2019, pp. 263-267.
[7] A. Cremascoli, Il mito della parità e l’archetipo della donna-manager su «Corriere della Sera» e «La Stampa»,
cit., p. 91.
[8] G. Caletti, Signor
ministro-donna, che dice agli uomini, in «La Stampa», 29 dicembre 1976.
[9] C. Quintavalle, La “903” non significa parità dei muscoli, in «Corriere della Sera», 3 febbraio 1978.
[10] G. Ceronetti, La donna al
lavoro, in «La Stampa», 6 luglio 1978.
[11] L. Mondini, Quasi un fallimento la legge sulla parità: la discriminazione nel lavoro esiste ancora, in «Corriere della Sera», 3 aprile 1980.
[12] A. Bartolini, Segretaria, maestra, operaia. Tre “carriere” per le donne, in «Corriere della Sera», 3 aprile 1980.
[13]
P. Franz, Il Consiglio di Stato: no alle donne militari. L’uguaglianza dei sessi non vale per le armi, in «Corriere della Sera», 8 dicembre 1982.
[14] A. Cremascoli, Il mito della parità e l’archetipo della donna-manager su «Corriere della Sera» e «La Stampa»,
cit., pp. 107-108.
[16] E. Montà, Donne manager, con
intelligenza e sacrifici, in «La Stampa», 28 maggio 1985; T. Longo, Oggi
le donne vogliono far carriera, in «La Stampa», 27 giugno 1985; L. Tornabuoni, Carriere rosa: la manager sirena, in «La Stampa», 14 luglio 1985; G. Mudolo, Battere l’uomo e arrivare. Ecco la donna in carriera, in «La Stampa», 26 settembre 1985; G. Perego, Da Bergamo una bionda manager
muove centinaia di tir in Europa, in «Corriere della Sera», 1° aprile 1986.
[17] F. Olivares, Niente Paura. Le donne in
carriera raccontate da chi le ha scoperte, Milano, Mondadori, 1988, p. 79.
[18] P. Zelioli, È suonata l’ora dei manager con la sottana, in «Tutto Come», inserto della «Stampa», 1° dicembre 1987.
[19] A. Cremascoli, Il mito della parità e l’archetipo della donna-manager su «Corriere della Sera» e «La Stampa»,
cit., p. 125.
[20] M. Serri, E tu donna manager
regnerai con dolore, in «La Stampa», 13 giugno 1993.
[21] D. Daniele, E la donna cambiò voce, in «La Stampa», 14 aprile 1993.
[22] A. Cremascoli, Il mito della parità e l’archetipo della donna-manager su «Corriere della Sera» e «La Stampa»,
cit., pp. 132-133.