«la Repubblica»
Fondato a Roma al principio del 1976 (il primo numero uscì il 14 gennaio) su iniziativa di Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, il quotidiano «la Repubblica» irruppe nel panorama della stampa italiana come un’evidente novità. Oltre che a reinvestirne una parte degli utili, Scalfari portava nel nuovo giornale l’esperienza e l’approccio de «L’Espresso», il settimanale d’inchiesta nato nel 1955 e che nei primi anni Settanta aveva rivoluzionato la stampa periodica italiana con le sue inchieste aggressive e il suo passaggio al formato tabloid. A dare avvio al progetto di un nuovo quotidiano era stato l’accordo del luglio 1975 tra Scalfari e Caracciolo, per il Gruppo Editoriale L’Espresso, e Mario Formenton e Giorgio Mondadori, del gruppo editoriale di Segrate (che si sfilarono presto). Nel 1979 si aggiunse ai quattro soci originari Carlo De Benedetti, che con la CIR (Compagnie Industriali Riunite) rilevò quasi il 10% dell’impresa, per poi accrescere la sua partecipazione nel corso degli anni fino a diventare azionista di controllo.
In un contesto storico di fermento come quello degli anni Settanta, «la Repubblica» si rivolgeva apertamente a un pubblico appartenente a un centrosinistra riformista. La testata, ispirata al new
journalism statunitense e ai quotidiani d’opinione francesi e britannici, introdusse significative novità, alcune delle quali, nel tempo, vennero spesso fatte proprie anche da altri giornali: il formato tabloid, più piccolo e maneggevole, ripreso appunto da «L’Espresso»; l’uscita di sei numeri a settimana; un uso più ampio e dinamico delle immagini e della titolatura; uno stile espositivo brillate e un linguaggio accessibile; la limitazione della cronaca; l’idea di fornire a un pubblico colto e preparato commenti e interpretazioni sui temi dell’attualità, in primis politica. Riguardo ai contenuti, il nuovo quotidiano assumeva un’impostazione “di primo sfoglio” e “ad agenda”: pubblicava infatti non tutte le notizie, ma solo quelle ritenute essenziali per i temi posti all’ordine del giorno dalla redazione, corredate di analisi, commenti, approfondimenti, interviste. Realizzava così un periodico in cui le prime sedici pagine erano dedicate ad alcuni temi scelti della giornata, l’agenda appunto, a cui seguivano la doppia pagina di opinioni, commenti, editoriali, lettere, dunque la cronaca, l’economia, la cultura e lo spettacolo, chiudendo con una limitata parte di cronaca locale.
«la Repubblica» realizzava inoltre un modello di giornale d’opinione che arrivava quasi a configurarsi come un “giornale-partito”, secondo la linea impostata da Scalfari: il taglio “ad agenda”, l’attenzione ai temi politici ed economici del giorno e il posizionamento ne facevano un punto di riferimento non solo di una sinistra progressista, ma anche una sorta di contraltare per partiti come il PCI prima e il PDS poi, arrivando a vantare un’influenza politica ed elettorale notevole.
Nonostante la nascita molto più recente rispetto agli altri grandi quotidiani nazionali, il progetto de «la Repubblica» si rivelò vincente: nel 1979, a tre anni dalla fondazione, il quotidiano raggiunse 180.000 copie di tiratura e il pareggio di bilancio, per poi aumentare i lettori fino a contendere il primato delle vendite al «Corriere della Sera» e superandolo per la prima volta nel dicembre 1986, con 515.000 copie.
Durante gli anni Ottanta, il quotidiano ampliò la propria redazione reclutando nomi di spicco del giornalismo italiano, inaugurò le edizioni locali e affinò il proprio linguaggio giornalistico, sempre più attento all’inchiesta, al reportage e all’analisi politica. Si consolidava così un pubblico fidelizzato, appartenente principalmente alla borghesia urbana, intellettuale e progressista, specialmente nelle grandi città del Centro-Nord. Questo successo fu dovuto sia all’impostazione innovativa impressa da Scalfari, capace di accompagnare quotidianamente i lettori, sia a una serie di iniziative che riuscirono a differenziare l’offerta editoriale, attraverso la proposta di inserti, libri e altri prodotti, svolgendo, di nuovo, un ruolo di apripista verso un modello poi assunto anche da altri quotidiani.
Una della peculiarità più significative di «la Repubblica» fu proprio il quasi inedito e discusso doppio ruolo di Scalfari, allo stesso tempo editore e direttore del giornale, che lo portava a concentrare su di sé un enorme potere nel gestire la linea del quotidiano e della redazione. Egli rimase alla guida de «la Repubblica» per vent’anni, fino al 1996, quando gli subentrò Ezio Mauro, giornalista torinese proveniente da «La Stampa», il quale da un lato proseguì l’impostazione inaugurata dal predecessore, confermandone anche il posizionamento politico-culturale, dall’altro aprì a delle novità, a partire dall’inaugurazione dell’inserto settimanale «D – la Repubblica delle Donne» e dall’edizione online del giornale. Dopo un primo tentativo sperimentale per le elezioni politiche della primavera 1996, nel gennaio 1997 venne infatti lanciato il sito web del quotidiano, che divenne uno dei principali e crescenti punti di riferimento per l’informazione, anticipando una tendenza alla digitalizzazione, che presto divenne generale. Un’ulteriore innovazione ebbe luogo nel 2004, quando «la Repubblica» inserì il colore in tutte le pagine, dettando ancora una volta il passo nell’ammodernamento dei quotidiani, a cui seguì un nuovo rinnovamento, nella grafica e nell’impaginazione, nel 2007. In quello stesso anno, il quotidiano romano era stato al centro di un inedito sciopero dei suoi redattori, insoddisfatti delle condizioni contrattuali e dei rapporti con la proprietà.
Dopo il ventennio sotto la guida di Mauro, nel 2016 divenne direttore Mario Calabresi, mentre nel 2017, dopo la fusione del Gruppo L’Espresso con Italiana Editrice, l’editore assunse il nome di GEDI, gruppo editoriale acquistato nel 2020 dalla Exor, holding finanziaria controllata dalla famiglia Agnelli. A Calabresi nel 2019 subentrò Carlo Verdelli, che a sua volta lasciò la direzione a Maurizio Molinari in concomitanza con il passaggio a Exor. Dall’ottobre 2024, dopo che Molinari fu sfiduciato dalla maggioranza dei giornalisti del quotidiano, la direzione passò a Mario Orfeo.
Per approfondire
Agostini Angelo, «La Repubblica». Un'idea dell'Italia, 1976-2006, Bologna, il Mulino, 2005.
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