«il Corriere della Sera»
La nascita e la prima metà del Novecento
Il «Corriere della Sera» nacque a Milano nel 1876 sotto la direzione di Eugenio Torelli Viollier come quotidiano moderatamente conservatore. Nove anni dopo, nel 1885, il giornale attirò gli investimenti di Benigno Crespi, ricco imprenditore del cotone interessato a sostenere la trasformazione tecnologica, editoriale e commerciale del «Corriere». Anche grazie a questi finanziamenti imprenditoriali, la tiratura del giornale registrò rapidi aumenti, protrattisi fino all’inizio del XX secolo. Da un punto di vista politico, gli ultimi decenni dell’Ottocento videro il «Corriere» schierato su posizioni anticrispine e di moderato scetticismo rispetto all’imperialismo italiano.
Nel maggio 1900 si verificò una svolta radicale: Luigi Albertini divenne direttore del quotidiano, inaugurando un modello duraturo di giornalismo, con base milanese ma molto interessato alla politica nazionale, capace soprattutto di instaurare una stretta identificazione tra direttore e testata. Sotto la direzione di Albertini il giornale rafforzò infatti la sua autorevolezza e la sua vocazione politica, ma si propose anche come modello di riferimento per quanti intravedevano la possibilità di strutturare le testate giornalistiche secondo logiche d’impresa. Nel 1904 il giornale si trasferì nella storica sede di Via Solferino e continuò la crescita delle tirature, accompagnata da aggiornamenti tecnologici e dall’ideazione di nuove pubblicazioni e supplementi, capaci di affiancare il quotidiano articolando i bisogni dei suoi diversi pubblici. Tra 1899 e 1908 nacquero «La Domenica del Corriere», «La Lettura» e il «Corriere dei Piccoli». Ideologicamente i cambiamenti furono importanti: chiara fu la distanza dalle proposte politiche giolittiane e nuovi furono sia l’interesse esplicito per il progetto coloniale, sia l’apertura alle voci nazionaliste, accompagnata dalla sfiducia verso il socialismo e dalla difesa del liberalismo economico. Tra 1914 e 1915, poi, presero progressivamente forma i posizionamenti interventisti.
Nel 1925 Luigi Albertini e il fratello Alberto, che lo aveva sostituito alla direzione del giornale nel 1921, vennero estromessi dalla famiglia Crespi, assecondando le pressioni del regime fascista, criticato dal giornale dopo il delitto Matteotti. Proseguiva in questo modo il progetto mussoliniano di una graduale ma integrale fascistizzazione dei grandi quotidiani, finalizzata a orientare l’opinione pubblica non solo attraverso la stampa di partito, ma anche attraverso una stampa nazionale pienamente allineata e capace però di non perdere completamente i propri tradizionali lettori. Particolarmente duratura e significativa fu la direzione di Aldo Borelli (1929-1943), che guidò il quotidiano nel periodo di definitivo perfezionamento della macchina propagandistica fascista e della campagna antisemita, mentre a dirigere il giornale durante il periodo di Salò e dell’occupazione nazista venne nominato Ermanno Amicucci, già a capo, dal 1927, del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti italiani.
Con il 25 aprile 1945 e l’occupazione della sede da parte della cellula aziendale del Comitato di Liberazione Nazionale, si chiudeva l’esperienza del giornalismo di regime. Le pubblicazioni ripresero nel maggio, con direttore Mario Borsa, inizialmente sotto il nome di «Corriere d’informazione», e poi (nel 1946) col titolo di «Il Nuovo Corriere della Sera». Si erano intanto concluse con pochi risultati le attività della commissione incaricata di epurare i collaboratori più compromessi col fascismo. In questo periodo il «Corriere» si distinse per la posizione a favore della scelta repubblicana nel referendum del giugno 1946. Sempre in quell’anno la famiglia Crespi tornò a controllare il quotidiano e nominò direttori prima Guglielmo Emanuel (fino al 1952) e poi Mario Missiroli (1952-1961), che animarono la vita del quotidiano durante gli anni del centrismo e della prima Guerra fredda. Anche se il quotidiano milanese continuò ad occupare una posizione fondamentale nel panorama giornalistico nazionale, gli anni Cinquanta e Sessanta furono segnati dalla concorrenza di nuove testate (come il milanese «Il Giorno») e di mass-media in espansione (come la radio e la televisione) e dalle mutazioni sociali e culturali del definitivo decollo consumistico. A dare risposta a questi interrogativi fu chiamato nel 1961 Alfio Russo, che tentò un rinnovamento grafico e linguistico del foglio, pur mantenendo l’inclinazione politicamente moderata e centrista che gli era tradizionale.
Il
Corriere durante gli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento
L’11 febbraio 1968 divenne direttore il giovane Giovanni Spadolini, giornalista e storico, già direttore del «Resto del Carlino», che si era formato professionalmente nel Secondo dopoguerra al «Il Messaggero», allora diretto da Mario Missiroli. A livello sociale e politico il quotidiano si trovò in quegli anni ad affrontare e dare copertura alle contestazioni e ai fermenti socio-culturali degli “anni Sessantotto”, oltre che alla nascita delle istituzioni regionali, utilizzando un’impostazione generalmente critica verso le mobilitazioni, che non raccolse consensi né all’interno del variegato mondo della sinistra, né tra il pubblico moderato e conservatore. L’attentato a Piazza Fontana del dicembre 1969 fu un altro evento segnante per il quotidiano milanese, che si caratterizzò per la fiducia espressa verso le posizioni ufficiali degli apparati, in un contesto giornalistico che invece, in alcune sue parti, invitava a nuove pratiche, utili per un ripensamento democratico dell’informazione. Tali sollecitazioni raccoglievano le influenze dei fremiti della contro-informazione. Giornalisti rappresentativi di questa fase furono Franco Di Bella (capocronista e poi redattore capo dal 1971) e Giorgio Zicari.
Da un punto di vista economico, il giornale di proprietà della famiglia Crespi non attraversava un momento facile e anche questo condusse alla scelta di licenziare nel 1972 Spadolini. La decisione fu apertamente osteggiata tanto dal comitato di redazione quanto da Indro Montanelli, tra i nomi più riconoscibili all’interno del quotidiano. Spadolini fu sostituito alla direzione da Piero Ottone, direttore negli anni precedenti de «Il Secolo XIX» e corrispondente durante gli anni Cinquanta del quotidiano milanese, che impresse una svolta politica a sinistra. In questo modo il giornale si allontanò dal centro-sinistra moderato a cui aveva guardato la precedente direzione, aprendosi a valutazioni meno preconcette circa il Partito comunista italiano. I cambiamenti, inoltre, riguardarono anche una certa democratizzazione interna, consentendo maggiore partecipazione agli organi di categoria, e i toni e i linguaggi, più diretti e sensibili alle manifestazioni di dissenso e alle nuove spinte culturali alternative, pur senza rinunciare alla pluralità delle voci e dei punti di vista. Tra i nomi più riconoscibili di questa fase ci furono Pier Paolo Pasolini, che qui iniziò la sua critica al consumismo di massa, e Giampaolo Pansa. Le vendite, nonostante la parziale perdita del pubblico più conservatore, premiarono tale indirizzo con un aumento importante: nel 1975 erano circa 500.000 le copie vendute (Murialdi 2000: 243).
L’andamento economico della testata rimase però complesso anche durante questo periodo, spingendo nel 1973 ad un riassetto proprietario, che attribuì la presidenza a Giulia Maria Crespi, e fu finanziato grazie a capitali provenienti, oltre che dai Crespi, dal gruppo Fiat e da Angelo Moratti. Tali cambiamenti si riverberarono anche nella spaccatura con Indro Montanelli, che nell’ottobre 1974 venne licenziato dopo forti critiche alla proprietà e dopo aver espresso l’intenzione di fondare un quotidiano rivale. L’uscita di Montanelli e la creazione del concorrente «Il Giornale» non furono gli unici grandi eventi del 1974: un nuovo cambio di proprietà segnò la fine definitiva del coinvolgimento della famiglia Crespi e il concentramento della proprietà nelle mani del gruppo editoriale Rizzoli, già molto attivo nel mercato dei periodici, probabilmente sostenuto dai capitali dell’azienda Montedison, che cercò di espandere il giornale in particolare con il varo di un’edizione romana.
Nel settembre 1977 Ottone si licenziò, e a prendere il suo posto fu Franco Di Bella, garante di un ritorno del quotidiano milanese su più moderate posizioni filogovernative e di minor accondiscendenza con il Comitato di redazione. Da un punto di vista contenutistico, le novità del giornale sul finire degli anni Settanta riguardarono anche il nuovo spazio concesso ai sentimenti del costume privato e all’informazione economica, a cui fu dedicato un inserto settimanale e pagine accusate di favorire Montedison. La cesura tra il decennio Settanta e il decennio Ottanta è segnata, inoltre, dal grande tema del trattamento informativo riservato alle tattiche terroristiche. Le discussioni riguardarono non solo i posizionamenti rispetto al sequestro Moro (marzo 1978), ma anche l’omicidio di Walter Tobagi da parte di un commando vicino alle Brigate Rosse (maggio 1980) e la disposizione, da parte della direzione, del silenzio stampa rispetto al sequestro D’Urso (gennaio 1981). Nel maggio 1981 il giornale fu pesantemente coinvolto nello scandalo P2, loggia massonica i cui progetti eversivi comprendevano anche il controllo dei media. Risultarono iscritti alla loggia, tra gli altri: Roberto Calvi (finanziatore del Gruppo Rizzoli), Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din (amministratore delegato), oltre allo stesso direttore Franco Di Bella e ad alcuni giornalisti. Di Bella rassegnò le dimissioni, aprendo una complessa crisi interna, segnata in particolare dalla perdita di diversi giornalisti, da un robusto calo delle vendite e di credibilità, e da una fase di amministrazione controllata (1982-1984).
L’emorragia di lettori avvantaggiò temporaneamente il giovane quotidiano «la Repubblica», nato nel 1976, mentre il panorama giornalistico veniva profondamente modificato da una nuova legge sulla stampa (1981) e dall’innovazione tecnologico-informatica. Al termine dell’amministrazione controllata, Rizzoli (nel 1986 rinominata RCS) e il giornale passarono nelle mani di una cordata con capitali Fiat e Montedison, che realizzò una vistosa concentrazione editoriale. Dal 1984 al 1987 il «Corriere della Sera» della nuova proprietà fu diretto da Piero Ostellino, che lo orientò politicamente su posizioni governative e filo-craxiane, tentando allo stesso tempo una innovazione editoriale che consentisse di tornare a competere con «la Repubblica», contenutisticamente e linguisticamente (oltre che politicamente) più dinamica.
Nel 1987 il quotidiano milanese, però, sorpassato dall’avversario, sostituì Ostellino con Ugo Stille, a lungo corrispondente da New York. Coadiuvato da alcune altre figure apicali, Stille si orientò ancora sul moderatismo politico e sul recupero della credibilità informativa, trovando però in nuovi inserti e nella creazione di un magazine allegato settimanalmente ingredienti di buon successo, capaci di svecchiare il giornale e avvicinare nuovi pubblici. Il 1989 segnò un recupero, in termini di copie vendute, del «Corriere della Sera» rispetto a «la Repubblica», e pose le basi per la continuazione della sfida editoriale. Scosso da questi cambiamenti, il foglio milanese affrontò la narrazione giornalistica dei complessi eventi nazionali e internazionali: dal crollo del Muro di Berlino e del comunismo sovietico alla prima Guerra del Golfo, fino alla metamorfosi della politica interna nazionale.
L’inizio degli anni Novanta registrò, nel panorama dei quotidiani italiani, un picco delle vendite, ma anche l’apertura di periodo di difficoltà. Nel «Corriere della Sera», come detto, fu scelto un approccio teso all’aumento della foliazione e degli inserti, ma si cercò anche di rispondere al calo degli introiti pubblicitari: gli annunci iniziarono, tra 1991 e 1992, a comparire in prima pagina e si fece strada il marketing a colori. Intanto, rispetto alle inchieste sul sistema di corruzione noto come Tangentopoli, il «Corriere» adottò un approccio votato alla trasparenza, dando risalto alle indagini e agli scandali. A far da contraltare interno a queste posizioni fu la voce di Giuliano Ferrara.
Nel settembre 1992, per proseguire il rinnovamento editoriale, venne scelto come direttore Paolo Mieli, forte della recente esperienza alla guida de «La Stampa». Anagraficamente più giovane rispetto ai precedenti direttori, Mieli cercò di rinnovare il giornale aprendolo a toni e argomenti capaci di entrare in risonanza con il gusto televisivo di fine secolo. Cultura e spettacoli si trovarono ora riuniti assieme al centro del quotidiano, mentre prendevano piede titoli forti e dal notevole impatto grafico. Conclusasi la prima direzione di Mieli, nel 1997, il «Corriere della Sera» si ritrovò nuovamente a guidare i dati delle vendite, registrando crescite importanti. Da questa posizione di vantaggio il «Corriere» si avviò ad affrontare, insieme a tutti i quotidiani del mondo, le complesse sfide che avrebbero caratterizzato gli anni Duemila: la digitalizzazione dei media e dei contenuti informativi, l’accesso sempre più generalizzato a Internet, il rapido sorgere di nuove pratiche culturali di condivisione e creazione.
Per approfondire
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