«La Stampa»
La nascita e la prima metà del Novecento
«La Stampa» fu fondata a Torino nel 1895 come evoluzione della precedente «Gazzetta Piemontese», nata nel 1867 e acquistata nel 1880 dal deputato liberale Luigi Roux. Il quotidiano rinacque e si riorganizzò come «La Stampa» in particolare grazie agli sforzi di Alfredo Frassati, comproprietario dal 1894 e direttore dal 1899, che introdusse innovazioni tecniche e editoriali. All’alba del XX secolo, così, il quotidiano torinese iniziò a proporre un giornalismo non più solo locale e si schierò su posizioni liberal-riformiste vicine a quelle giolittiane, caratterizzate anche dal sostegno alla politica coloniale nazionale in Libia. Questa formula si rivelò vincente in termini di pubblico, determinando un crescente successo fino all’immediato primo dopoguerra. Il quotidiano si distinse, inoltre, dal punto di vista ideologico, per il suo sostegno tra il 1914 e il 1915 alla politica di neutralità rispetto all’ingresso in guerra, mentre a livello editoriale prese sempre più corpo la sfida col milanese «Corriere della Sera».
Nel dicembre 1920 Giovanni Agnelli, fondatore della FIAT, fece il suo ingresso nella società che guidava il giornale. Frassati controllò la società e il quotidiano fino alle sue dimissioni, avvenute nel novembre 1925, a seguito della sospensione delle pubblicazioni ordinata dal prefetto di Torino in risposta alle critiche al fascismo espresse dalla testata dopo il delitto Matteotti. Nel 1926 si compì il definitivo cambio di proprietà in favore di Agnelli, mentre alla direzione si susseguirono Andrea Torre, lo scrittore strapaesano Curzio Malaparte, Augusto Turati (ex segretario del PNF) e, nel 1932, Alfredo Signorotti, che accompagnarono la modernizzazione del foglio in senso nazionale e la sua progressiva fascistizzazione. Si compiva così anche attraverso «La Stampa» il progetto mussoliniano di una graduale ma integrale fascistizzazione dei grandi quotidiani, finalizzata a orientare l’opinione pubblica non solo attraverso la stampa di partito, ma anche attraverso una stampa nazionale pienamente allineata, capace però allo stesso tempo di conservare dei lettori tradizionali. In questa fase gli entusiasmi imperialisti fecero toccare il massimo delle tirature al giornale torinese, che in quegli stessi anni poteva contare su quasi una settantina di giornalisti impiegati, e che dal 1938 contribuì alla risonanza delle politiche razziali e antiebraiche del regime.
Dopo la direzione di Concetto Pettinato (noto per le posizioni antisemite), che caratterizzò il periodo della Repubblica Sociale Italiana, le pubblicazioni del giornale ripresero il 18 luglio del 1945, segnate però da scioperi e proteste che non perdonavano il periodo collaborazionista appena trascorso. All’indomani della Liberazione, la direzione fu ripresa da Filippo Burzio, commentatore liberale già protagonista di una brevissima stagione tra l’agosto e l’8 settembre 1943, e il quotidiano torinese si distinse in particolare per una linea di esplicita neutralità rispetto alle scelte del Referendum istituzionale del 2 giugno. Riprese inoltre, durante gli anni del centrismo, il duello tra «La Stampa» e il «Corriere della Sera». La rivalità si rispecchiava anche nelle diverse impostazioni politiche: il foglio della FIAT, diretto dal 1948 da Giulio De Benedetti, pur atlantista e sostenitore della DC, fu meno conservatore rispetto a quello milanese. Da un punto di vista editoriale, il giornale di De Benedetti si avvicinò agli anni Sessanta proponendo un equilibrio che alternava alla rigorosa serietà del commento politico-culturale il sentimentalismo della cronaca nelle sezioni locali e nel confronto coi lettori, come nella rubrica Specchio
dei tempi, inaugurata nel 1955 e impostata sulla ricerca di un certo “filantropismo laico” (Isnenghi 1975: 60). Nel 1966, a due anni dalla conclusione della direzione De Benedetti, la tiratura media aveva raggiunto le oltre 400.000 copie, pur in un accresciuto distacco rispetto al «Corriere della Sera» (Murialdi 2000: 232).
La
Stampa durante gli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento
Nel 1968, ad assumere la posizione di direttore del quotidiano torinese fu Alberto Ronchey, che lo guidò fino al 1973 proponendo una linea di generale continuità col predecessore. «La Stampa», sempre controllata dalla FIAT, intensificò la copertura di eventi nazionali ed esteri, senza abdicare però alla strategia localistica e cittadina e ai pubblici specifici, come quello femminile, dal 1963 titolare di alcune pagine apposite (Forno 2012: 202). Si allargò, inoltre, la componente dedicata al commento sociale e alle vicende politiche, e iniziarono le collaborazioni con Luigi Firpo e Alessandro Galante Garrone. Sul piano politico il lungo Sessantotto fu caratterizzato da posizionamenti variegati. Nel 1968 le contestazioni studentesche furono interpretate da diversi commentatori in maniera ambivalente: da una parte chi rivedeva nelle proteste un collegamento con la Resistenza, dall’altra uno schieramento a tutela delle istituzioni. Nel 1969 invece, dopo l’attentato di Piazza Fontana, il quotidiano torinese si distinse per i dubbi espressi a proposito delle ipotesi ufficiali riguardo alla matrice anarchica dell’attentato: posizioni, queste, che posero «La Stampa» in antitesi al «Corriere» e più vicina all’operato di testate critiche, come «l’Espresso» o il quotidiano «Il Giorno».
Tra 1972 e 1973 furono numerosi i cambiamenti: aumentò l’interesse della famiglia Agnelli nel coordinamento delle proprie attività editoriali e giornalistiche e il gruppo, attraverso la società NES, ottenne (fino al 1976) la gestione della «Gazzetta dello Sport». Risalente a quel periodo fu anche l’introduzione della teletrasmissione, che abbreviò e semplificò la distribuzione sul territorio nazionale. Novità rilevante, nel 1973, fu anche l’avvicendamento alla direzione tra Ronchey e Arrigo Levi. Nel 1974 il quotidiano, col nuovo direttore Levi, si associò al «Corriere della Sera» e a «Il Messaggero» nel chiaro posizionamento a favore del divorzio, in occasione del referendum abrogativo tenutosi il 12 e 13 maggio. La direzione di Levi, però, fu caratterizzata anche dall’attraversamento della generale crisi di costi e introiti del giornalismo italiano e dalle questioni suscitate dalle ipotesi di un avvicinamento del PCI alle compagini di governo. All’interno di questo quadro politico si inserirono, per esempio, gli interventi di Norberto Bobbio sul quotidiano torinese tra il 1976 e 1981, stimolati dallo stesso direttore, mentre a livello economico-editoriale fu proficuo, nel 1975, il lancio del supplemento settimanale Tuttolibri. Il quotidiano torinese, sempre legato alla FIAT, fu in quegli anni anche direttamente interessato dal terrorismo: il 16 giugno 1977 Carlo Casalegno, vicedirettore de «La Stampa», fu ferito in un agguato armato delle Brigate Rosse e morì dopo diversi giorni a causa delle gravi ferite riportate. L’anno successivo come direttore venne nominato Giorgio Fattori, chiamato a gestire, oltre alle questioni già discusse, una non semplice condizione economica.
L’operazione di graduale recupero delle tirature riuscì, almeno in parte, ma si evidenziarono le difficoltà legate al successo del nuovo competitor «La Repubblica», che tese a relegare il giornale torinese nella posizione di terza testata nazionale, e le sfide poste dalla crescente concorrenza del mezzo televisivo. Negli anni Ottanta «La Stampa», però, fu tra i primi grandi quotidiani ad affrontare sistematicamente le questioni organizzative, sindacali e giornalistiche legate alla progressiva informatizzazione. Sul fronte organizzativo nel 1984 il gruppo FIAT, attraverso la partecipazione alla finanziaria Gemina, si ritrovò ad avere un peso importante nel nuovo assetto proprietario del «Corriere della Sera», dando così vita ad una notevole concentrazione editoriale non completamente in linea con le prescrizioni della legge sull’editoria del 1981. Nel 1986 la direzione del quotidiano passò a Gaetano Scardocchia, a cui venne affidato dall’editore il compito di aumentare le vendite attraverso un formato nuovo, a più fascicoli, che potesse rispondere al successo di «La Repubblica». Il tentativo, tuttavia, non diede gli esiti sperati.
Particolarmente caratterizzante fu invece la pur breve direzione affidata, a partire dal 1990, a Paolo Mieli, accompagnato, in qualità di vice, da Ezio Mauro. La nomina dei due giornalisti, entrambi molto giovani rispetto agli usi dell’epoca, rispondeva a una esplicita strategia di rinnovamento, che raccolse tanto gli stimoli della “settimanalizzazione”, con aumento di interventi “esperti” e di interviste, quanto i nuovi linguaggi e ritmi della televisione. Non solo venne raccolta all’interno del giornale l’edizione del lunedì del pomeridiano «Stampa Sera», ma in generale si arricchì il quotidiano di una nuova attenzione ai fenomeni televisivi e di costume, che contribuì a una progressiva “contaminazione” di toni tra le sezioni più seriose del foglio e quelle più leggere, svecchiando l’esperienza di lettura senza perdere in autorevolezza. Fu inoltre perseguita la strada dell’unione tra le sezioni dedicate alla cultura e quelle dedicate agli spettacoli. Politicamente, in questi anni il giornale rafforzò le tendenze centriste, ma si segnalò anche, in particolare con la successiva direzione di Ezio Mauro (1992-1996), per l’ingresso in redazione di un commentatore politicamente cresciuto a sinistra come Gad Lerner.
Per approfondire
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